Marina Sereni
Marina Sereni
<b>949</b> Ore. <b>22%</b> Totale sedute
<b>36</b> Eventi da me promossi
<b>178</b> Interventi e partecipazioni a Montecitorio
<b>146</b> Impegni in Italia
<b>56 </B> Missioni e incontri internazionali
Documenti Recensioni ho letto
RAPPORTO REPORTER
SENZA FRONTIERE/2
MESSINA: "Prima era il verbo
ora non vale pił"
Il rapporto di Reporter Senza Frontiere fa risalire l'Italia di 25 posizioni rispetto all'ultima classifica sulla libertà di informazione, ma mette in guardia dagli attacchi di Grillo alla stampa a cominciare dalle sue liste di proscrizione di giornalisti. E il capo dei 5S che aveva usato sempre il rapporto per scagliarsi contro i media italiani, ora attacca RSF. Vi propongo la lettura di Sebastiano Messina da La Repubblica.

 

27 aprile 2017 - Si capisce che a Beppe Grillo non faccia piacere, scoprire che nel rapporto annuale di Reporter senza frontiere sulla libertà di stampa in Italia c' è finalmente il suo nome, ma purtroppo tra le cause e non tra i rimedi della malattia dell' informazione. Grillo naturalmente non ci sta, a essere indicato come l' unico politico che condiziona la libera stampa. Lui che da otto anni a questa parte cita il rapporto di Rsf a ogni suo comizio, lui che dal primo Vaffa Day ci spiega che la nostra informazione è inquinata, lui che promette notizie pulite e anzi pulitissime quando i Cinquestelle andranno al potere, non accetta di essere additato come il principale responsabile delle minacce ai giornalisti, addirittura accanto alla mafia e all' Isis.
In effetti, non si capisce quale sia la sua colpa.
Vogliamo davvero considerare minacciosa quella simpatica gag nel cortile di Porta a Porta, quando consegnò a Bruno Vespa un plastico del castello di Lerici spiegandogli che in quel carcere sarebbero state rinchiusi - insieme ai politici e agli imprenditori - anche i giornalisti, «le liste saranno rese pubbliche quanto prima e faremo un processo popolare che durerà almeno un anno»?
Vogliamo davvero prendere sul serio la sua offerta di perdono per i giornalisti pentiti, quando disse che servivano «un Buscetta, un Contorno, un Mutolo dell' informazione» e offrì ai cronisti che confessavano le loro colpe - come i mafiosi e i camorristi - «un programma di protezione, una nuova identità e l' iscrizione in una white list, quella dei «giornalisti della Terza Repubblica »?
Vogliamo davvero addebitargli quelle battute sui «giornalisti leccaculo, slap... telegiornale, slap... quotidiano!
», sui giornalisti che sono «tutti collusi», «sdraiati e supini al potere», sui giornalisti «tromboni a libro paga, specialisti nel bacio della pantofola, incapaci, dilettanti, specialisti del nulla», sui giornalisti che «sono più spregevoli dei politici», sui giornalisti che ormai «sono i veri walking dead, morti che camminano»?
Non esageriamo, via. Scherzava. Come quella volta che nella piazza di Mascalucia disse: «Non ce l' ho con i giornalisti, ma io non dimentico niente, e un giorno gli faremo un c... così». Grillo ha sempre rispettato i cronisti. A modo suo, certo. A quello che gli chiese se i Cinquestelle avrebbero davvero votato per Prodi come presidente della Repubblica, rispose candidamente: «Ma perché ti droghi?». A quello che la settimana scorsa voleva intervistarlo a Genova ha risposto, spiritosamente: «Prima dammi il telefono di tua madre». A quell' altro che a Bruxelles insisteva a fargli una domanda, rispose così: «Meno male che i vostri giornali stanno chiudendo. Cominci a cercarsi un altro lavoro». E di quel giovane cronista, che al Quirinale aveva osato fare una domanda imbarazzante ai capigruppo pentastellati, disse che era «un povero ragazzo frustrato che deve dire che ha sentito una cosa che ha sentito per sopravvivere, perché gli danno dieci euro a pezzo, e così dai una cosa falsa, crei una smentita, ridai un' altra cosa falsa e un' altra smentita e alla fine porti a casa uno stipendio ». Ma lo diceva con affetto.
Grillo ama i giornalisti, a cominciare dai direttori dei Tg, «gentaglia che la pagherà» (ma è detto con ironia), e ha un debole per i cronisti parlamentari, «folle di gossipari e di pennivendoli, mercanti di parole rubate», ai quali voleva addirittura riservare un' area tutta per loro: «Non devono infestare Camera e Senato e muoversi a loro piacimento.
Vanno disciplinati in spazi appositi, fuori dal palazzo».
E infatti per i giornalisti lui ha persino organizzato dei premi. Il primo, varato il 6 dicembre 2013, fu «Il giornalista del giorno», e la vincitrice numero uno fu Maria Novella Oppo dell' Unità, che quel giorno raccolse sul blog un diluvio di insulti (tutti ironici e affettuosi, si capisce, da «cogliona di merda » a «vai a cagare, parassita »). Poi vennero «Il giornalista dell' anno», ovvero «quello che più si è distinto per il suo livore prezzolato» (16 mila votanti, vincitore Giuliano Ferrara) e «Lo sciacallo del giorno», assegnato d' ufficio a Vittorio Zucconi.
Infine, l' ultima geniale pensata, quella di far giudicare tg e quotidiani a una giuria popolare, così «se viene accertata la falsità di una notizia il direttore, a capo chino, deve fare pubbliche scuse», un' idea che non era venuta neanche a Mao.
Ora, vogliamo considerare tutto ciò «intimidazioni verbali »? Ma no, via. Erano battute, gag, scenette per farci ridere un po'. Perché Beppe Grillo, in fondo, è solo un comico. O no?

Marina Sereni, 2009-2015