Marina Sereni
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L'INTERVISTA
"IMPRESE PICCOLE E POCO INNOVATIVE. PERCHE' IL SISTEMA ITALIA RISCHIA DI PIU'"
di Marco Ruffolo

ROMA. Qualche anno fa Enrico Moretti, professore di economia all' Università di Berkeley, ha cercato di ridisegnare la geografia del lavoro che sta prendendo forma sotto i colpi della rivoluzione digitale, dell' automazione, insomma della nuova poderosa ondata di progresso tecnologico che sta investendo l' economia mondiale.
Ed è arrivato a una conclusione in apparenza opposta a quella della ricerca-shock dei due economisti americani sulla inevitabile invasione dei robot. Ogni posto creato nei settori più innovativi, dice Moretti, porta con sé nella stessa zona altri cinque posti nei servizi locali nati intorno alla nuova iniziativa.

Professor Moretti, non c' è contraddizione tra le due analisi?
«Non credo, la loro e la mia analisi in realtà si completano. L' effetto sostituzione tra robot e lavoratori è sicuramente reale e lo sarà ancora in futuro, soprattutto tra gli operai dell' industria manifatturiera e nella "rust belt", la cintura della ruggine, il cui declino occupazionale, attribuito finora in gran parte al libero commercio estero, ha in realtà come prima causa proprio il progresso tecnologico. Ma non bisogna fermarsi a questo effetto. Occorre andare a vedere anche quanti posti saranno creati nel frattempo proprio grazie alle nuove tecnologie, grazie agli investimenti innovativi che puntano soprattutto sul capitale umano, sulla creatività dei lavoratori, sul training e sulla loro scolarizzazione».

Eppure, oltre all' automazione, anche la rivoluzione digitale sta tagliando posti, e continuerà a farlo, come nel caso del lavoro in banca. Non è così?
«Sì, in genere sono i lavori più ripetitivi ad essere sostituiti, ma restando all' esempio delle banche si creano anche nuove funzioni nel rapporto con il cliente. Ed è per questo che negli Usa il numero dei bancari è sceso sì ma non in proporzioni drammatiche: il 15-20% in dieci anni».

Si riesce a capire quale sarà alla fine l' effetto netto del progresso tecnologico sull' occupazione?
«Nessuno studio ha finora azzardato una stima così difficile. È certo, tuttavia, che ci sarà una fase di transizione durante la quale avremo tutti una perdita netta di posti. Nel medio periodo invece l' occupazione tornerà a crescere o almeno a stabilizzarsi. Ma del resto è andata sempre così, durante tutte le più grandi rivoluzioni tecnologiche ».

Lei sostiene che l' innovazione potrà creare posti nel medio periodo, ma dice anche che rischia di concentrarsi solo in alcune zone. Non è un limite grave?
«È quello che sta succedendo in America, dove Seattle da una parte e Detroit dall' altra sono diventati i simboli del nuovo e del vecchio.
Settori come il biotecnologico in realtà tendono a localizzarsi».

Lei vede l' Italia ai margini di questo grande processo tecnologico. Vuol dire che la perdita di posti sarà maggiore da noi?
«In Italia la prevalenza di settori maturi e la scarsa dimensione delle aziende frenano l' innovazione e quindi alzano il rischio che la inevitabile perdita di posti non venga compensata dalla creazione dei nuovi».

Marina Sereni, 2009-2015