Marina Sereni
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LA STORIA
"MA UN BRACCIO MECCANICO MI HA CAMBIATO LA VITA
di Elena Dusi

Felicità è grattarsi il naso, bere un bicchier d' acqua e mangiare una forchettata di purè. «Per un uomo che non si è potuto muovere per otto anni, è stato fantastico poter fare questi piccoli gesti» ha commentato Bill Kochevar, 53 anni, che a Cleveland nel 2006 restò paralizzato dopo uno scontro fra la sua bici e un camion.
«Meglio di quanto pensassi» è stata la reazione dell' uomo, dopo aver sperimentato l' apparecchio che legge i suoi pensieri e li traduce in movimento. Il test, condotto dall' Università di Cleveland e descritto su Lancet, ha permesso per la prima volta di muovere un braccio a una persona paralizzata dal collo in giù per colpa di una lesione a una vertebra. Esperimenti precedenti avevano tradotto i segnali elettrici del cervello in comandi per cursori di computer o per protesi robotiche.
Ma nonostante i passi avanti che questi apparecchi fanno ormai da dieci anni a questa parte, i ricercatori sanno che la strada è ancora lunga. Le due goffe scatolette impiantate sul cranio di Kochevar - è la speranza - potrebbero un giorno essere superate da sensori senza fili. «La nostra ricerca è ai primi passi» riconosce il coordinatore del test di Cleveland, Bolu Ajiboye della Case Western Reserve University. «Per il momento abbiamo aiutato un uomo tetraplegico a raggiungere e afferrare degli oggetti, permettendogli di bere e mangiare. Con il tempo, puntiamo a migliorare la tecnologia per consentire un ventaglio più ampio di azioni e per migliorare concretamente la vita delle persone».
La strada per arrivare a grattarsi il naso, per Kochevar, è iniziata tre anni fa. L' uomo è stato prima sottoposto a risonanza magnetica. Immaginare di muovere un braccio, anche nelle persone paralizzate, genera nel cervello degli impulsi elettrici. Ma questi sono leggermente diversi da persona a persona.
La risonanza ha permesso di creare il "vocabolario" degli stimoli cerebrali caratteristici di Kochevar. In un secondo momento, alla fine del 2014, i chirurghi hanno impiantato nel cervello dell' uomo, subito sotto al cranio, due chip di 4 millimetri di lato. Questi sensori, tramite un filo, inviano i segnali elettrici ad altri tre chip impiantati in spalla, gomito e polso. Per riattivare i muscoli e arrivare davvero a bere e mangiare sono serviti altri due anni di "allenamento". Kochevar, che ha perso gran parte della forza dei muscoli, deve poi aiutarsi con un apparecchio per sollevare il braccio e l' intero apparato è ancora troppo ingombrante per poter uscire da un laboratorio. «Ma è ricerca, e qualcuno deve pur iniziare a farla» commenta quel concentrato di ottimismo che è Kochevar.

Marina Sereni, 2009-2015