Marina Sereni
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10-01-2018
CRESCITA RECORD DI OCCUPATI/1
RUFFOLO: "PIU' LAVORO, MA POVERO, PER I GIOVANI"
di Marco Ruffolo (La Repubblica)

10 gennaio 2018--Si potrà obiettare che la crescita dei lavoratori a termine è nove volte più forte di quella dei dipendenti a tempo indeterminato; che anche tra questi ultimi il 18 per cento è impiegato solo poche ore al giorno; che il tasso di occupazione italiano è ancora il penultimo in Europa. Ma tutto questo sminuisce solo in parte le novità positive dei dati Istat sul mercato del lavoro di novembre. Record storico degli occupati complessivi: 23 milioni 183 mila, sopra i livelli pre- crisi, 345 mila in più in un anno. Record del lavoro femminile. Calo della disoccupazione totale e giovanile, rispettivamente all' 11 e al 32,7%, i livelli più bassi dal 2012. Il tweet del premier Paolo Gentiloni elenca con soddisfazione questi risultati e al tempo stesso invita alla prudenza: «Si può e si deve fare ancora meglio. Servono più che mai impegno e serietà, non certo una girandola di illusioni». Ma intanto alcuni importanti e innegabili traguardi occupazionali sono stati raggiunti.
Tanto più importanti in quanto investono tutte le fasce di età, giovani compresi. Eppure molti commentatori, nel leggere il comunicato dell' Istat, fanno notare che tra i trentenni e quarantenni (la fascia 35-49 anni) nell' ultimo anno sono spariti 161 mila occupati. Insomma, il vento della ripresa non sarebbe minimamente avvertito dalla schiera dei "giovani adulti", la generazione più colpita dalla crisi degli anni scorsi. Il grosso del nuovo lavoro, invece, si concentrerebbe ancora una volta tra gli " over 50", che infatti contano quasi 400 mila occupati in più nell' ultimo anno. Peccato che ancora una volta questo tipo di considerazioni trascuri del tutto l' evoluzione demografica del nostro Paese e gli effetti che l' invecchiamento della popolazione sta producendo sul mondo del lavoro, effetti che pure vengono espressamente indicati dal nostro Istituto di statistica.
Nell' ultimo anno sono semplicemente spariti ( in quanto saliti a una fascia di età superiore) 333 mila giovani adulti (tra i 35 e i 49 anni) e 104 mila "ragazzi" tra 15 e 34 anni. Mentre la schiera degli over 50 si è infoltita di 239 mila persone. Questo travaso demografico, che dura ormai da molto tempo, e che in tredici anni ha visto passare di categoria ( per via dell' invecchiamento) oltre due milioni di persone, finisce ovviamente per deformare tutti i dati dell' occupazione. I trenta- quarantenni, in particolare, contano meno occupati in assoluto per la semplice ragione che sono meno di prima. Ma siccome quella fascia di popolazione scende più di quanto si riduce la loro occupazione, il risultato alla fine è che quest' ultima, invece di calare, sale dello 0,4 per cento nell' ultimo anno. A contrario, sempre al netto della demografia, la crescita degli occupati tra gli over 50 si ridimensiona dal 4,5 al 2,5 per cento.
Cosa succede invece ai più giovani? Anche qui abbiamo una bella scoperta: nonostante la diminuzione del numero complessivo degli under 35, la loro occupazione sale del 2,2 per cento, che diventa il 3,1 al netto degli effetti demografici. Conclusione: tutte le fasce di età, chi più chi meno, vedono aumentare i posti di lavoro. E l' incremento più sostenuto spetta proprio ai più giovani.
Detto questo, restano in piedi tutte le obiezioni indicate all' inizio. Oltre il 90 per cento della nuova occupazione dipendente è a termine. E una parte cospicua degli stessi lavoratori stabili si deve accontentare di essere impiegata a tempo parziale, spesso contro la sua volontà. Questa è la ragione per cui, mentre il numero degli occupati è salito oltre i livelli pre- crisi del 2008, quello delle ore lavorate è ancora inferiore a quei livelli. Inoltre, molti lavori sono di bassa qualità, poco produttivi e quindi malpagati. Ma se questo è il quadro qualitativo che emerge dal nuovo mercato del lavoro, ci si chiede quali siano stati allora i vantaggi prodotti dal Jobs Act e dagli sgravi contributivi alle assunzioni.
Questi due interventi non avrebbero dovuto dare più stabilità al lavoro? In realtà, dalla fine del 2014 ad oggi gli occupati a tempo indeterminato sono cresciuti di quasi mezzo milione, ma ancora di più (600 mila) sono saliti quelli a termine, grazie alla liberalizzazione introdotta da Poletti nel 2014. Quando gli sgravi alle assunzioni sono finiti, a crescere in misura cospicua sono rimasti gli occupati a termine (più 450 mila nell' ultimo anno). Il che però non ha impedito che anche i posti stabili continuassero siano pure leggermente ad aumentare: più 48 mila.
Ora, la speranza di poter dare maggiore stabilità ai nuovi contratti è riposta, almeno in parte, nei nuovi sgravi previsti dalla legge di Stabilità 2018 per chi assume giovani. Ma la strada della decontribuzione, fin troppo arata, può assai poco se nel frattempo non si avviano interventi in grado di incidere strutturalmente sulla qualità del lavoro; se non si investe veramente, e non con gli attuali finti corsi, nella formazione ( dei ragazzi, dei lavoratori, dei disoccupati); se non si mette in piedi sul serio quella politica attiva del lavoro che dovrebbe incrociare domanda e offerta e che è attualmente bloccata o quasi dalla kafkiana sovrapposizione di competenze tra Stato e Regioni.

 

Marina Sereni, 2009-2015