"L'inferno, signora, è non amare più": con queste parole il giovane prete di campagna si rivolge alla contessa e la scuote dal rancore, dall'egoismo, dalla mancanza di fede in cui si è chiusa da tempo dopo la morte del suo piccolo bambino. La conversazione con la nobildonna, che il giorno dopo morirà, provocando la dura reazione della famiglia e della comunità già diffidenti e insofferenti verso il parroco del paese, è uno dei passaggi più intensi di questo "diario". Un giovane curato arriva fresco di seminario in un piccolo paese di provincia: la miseria dei poveri contadini, la grettezza dei ricchi possidenti si mostrano ben presto distanti, se non ostili, nei confronti dell'entusiasmo e della convinzione con cui il prete si cimenta con il suo mandato. La fede del curato è autentica e profonda, e perciò stesso non esente da momenti di dubbio e di sofferenza. Il prete non riesce ad interpretare diversamente la sua missione, parla ai suoi parrocchiani, che siano ricchi e nobili o poveri e ignoranti, senza rinunciare al Vangelo. La sua parola colpisce, non dà tregua, non si arrende di fronte all'indifferenza, alla noia, al peccato. Il diario diventerà per lui uno strumento indispensabile per fissare le sue riflessioni, i suoi dubbi, le sue angosce e paure ma anche i momenti di preghiera e di grazia. Le conversazioni con il saggio parroco di Torcy, l'incontro con il dottor Delbende, le incompresioni con i superiori, le visite ai parrocchiani malati preparano il terreno alla prova fondamentale: il dialogo con la contessa e poi con la figlia, la signorina Chantal... Il parroco è gravemente malato e soffre. La malattia lo porterà in una cittadina a pochi chilometri di distanza dal paese, per curarsi (e morire, cercando l'assoluzione di un amico che ha lasciato la tonaca per una donna.) Le ultime parole del giovane prete "Che importa? Tutto è grazia" concludono un racconto davvero coinvolgente e intenso. Avevo tante volte sentito parlare del "Diario di un parroco di campagna", se non altro per la riduzione cinematografica di Robert Bresson (1951). Un'occasionale conversazione con amici a cena mi ha suscitato la curiosità e la voglia di leggerlo e non mi pento di aver lasciato indietro qualche novità editoriale per questo viaggio nella spiritualità e nella natura umane. |