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29-06-2010
G20 DELUDENTE: I PROGRESSISTI PROPONGANO UN PENSIERO NUOVO

I resoconti degli incontri del G8 e del G20 non sono esaltanti. A ormai tre anni dall'inizio della crisi finanziaria i governi dei paesi più importanti del mondo non riescono a darsi una linea comune per un futuro migliore. Intanto sulle regole del gioco.

Quando la crisi esplose e cominciarono a fallire i giganti della finanza mondiale dall'altra parte dell'Oceano, quando dalla finanza la crisi passò rapidamente all'economia reale colpendo imprese e lavoratori, quando dagli Usa la febbre si propagò in tempi strettissimi all'Europa e perfino ai paesi emergenti tutti affermarono lo stesso concetto: nulla potrà essere più come prima, bisogna dare al mercato e alla finanza nuove regole improntate all'etica, alla trasparenza e alla tutela dei risparmiatori.

Di quell'impegno a Toronto si è colto il pregevole sforzo di elaborazione del Financial Stability Board coordinato dal Governatore Draghi. I quattro punti della lettera del FSB sono importanti: maggiore stabilità patrimoniale delle banche così da resistere meglio agli shock esterni; riduzione dell'azzardo morale da parte degli intermediari; regolamentazione del mercato dei derivati nel segno della trasparenza; riforma delle regole globali sugli incentivi al sistema bancario.

Ma le scelte concrete sono nuovamente rinviate e di fatto sono nelle mani dei singoli governi. Soltanto negli Stati Uniti il Presidente Obama ha avuto il coraggio di aprire al Congresso la pagina della riforma dei mercati finanziari, anche perchè gli aiuti che lo Stato ha destinato al salvataggio delle banche sono ingenti e l'opinione pubblica americana si domanda qual è il beneficio per l'insieme dell'economia della nazione. Mentre in Europa c'è la preoccupazione che il solo nominare Basilea 3 possa spingere il sistema del credito a stringere ulteriormente i cordoni della borsa nei confronti delle imprese in un momento in cui invece ci sarebbe molto bisogno di sostenere la ripresa.

Ma il terreno su cui il G20 è stato più deludente è quello delle ricette per far ripartire l'economia. Si è scelto il compromesso ed è stato evitato lo scontro tra chi privilegia il sostegno allo sviluppo e la creazione di posti di lavoro (anche a costo di un aumento della spesa e del debito pubblico) e chi ritiene che sia prioritario combattere l'inflazione e attuare politiche di rigore sui bilanci pubblici (anche a costo di favorire la recessione e pagare un alto prezzo in termini di disoccupazione).

E ora? Che cosa accadrà concretamente? Temo molto poco di diverso da quello che i singoli Stati avevano già messo in cantiere. Sta qui il punto più preoccupante: non è negativo in sé che si sia cercato un punto di incontro e che si sia indicata una strada che con uno slogan potremmo definire di "rigore e sviluppo". Il problema è che non si vede una strategia davvero coordinata e una cooperazione degna di questo nome tra i Paesi le cui economie producono l'85% del PIL mondiale.

In questo quadro è particolarmente preoccupante l'assenza dell'Europa in quanto tale, la mancanza di riforme e di iniziative condivise da un'area del pianeta che così rischia di condannarsi all'ininfluenza o, peggio, ad essere vittima della speculazione finanziaria.
Non c'è un vero dibattito europeo su questi temi e le nostre opinioni pubbliche si confrontano a malapena con la dimensione nazionale della crisi, con le ricette - più o meno impopolari - che i singoli governi stanno proponendo. Ed è inevitabile che, in questo vuoto di una visione più ampia, prevalgano le paure e le chiusure egoistiche, di norma terreno più favorevole per le destre.

E le forze progressiste? E il centrosinistra? E la sinistra? Sarebbe questo il momento di uno sforzo di fantasia, di coraggio, di nuovo pensiero. Lo dicevamo agli inizi del secolo: per un mondo nuovo serve un pensiero nuovo. Ora siamo di fronte ad una crisi del capitalismo e al fallimento delle ideologie che lo hanno guidato negli ultimi decenni. Perché non approfittarne, anche attingendo a studiosi innovativi come Sen, Stiglitz, Fitoussi?

Serve una nuova agenda ed è compito delle forze riformiste provarci: riduzione delle diseguaglianze tra paesi e nei singoli paesi, dignità del lavoro e competitività, innovazione e tutela delle risorse naturali, nuove politiche energetiche, governo delle migrazioni, istituzioni in grado di esprimere una global governance sull'economia e la finanza. Si tratta di mettere insieme valori e progetti concreti, proporre un cambiamento di paradigma e cercare di costruire un filo comune tra tutte le forze progressiste, oltre le pur comprensibili differenze di contesto nazionale.

E' questo lo spazio per un campo riformista (in Italia, in Europa e nel mondo) che non voglia accontentarsi di assistere al risorgere, sotto diverse spoglie, di un'idea liberista e mercantilista dello sviluppo propugnata dalle forze conservatrici. E in questa traiettoria di ricerca e di innovazione politica potremmo incontrare ispirazioni ed elaborazioni alte a cui con troppa disinvoltura qualche nostro governante dice di ispirarsi: " Le forze tecniche in campo, le interrelazioni planetarie, gli effetti deleteri sull'economia reale di un'attività finanziaria mal utilizzata e per lo più speculativa, gli imponenti flussi migratori, spesso provocati e non poi adeguatamente gestiti, lo sfruttamento sregolato delle risorse della terra, ci inducono a riflettere sulle misure necessarie per dare soluzione a problemi non solo nuovi (...) ma anche di impatto decisivo per il bene presente e futuro dell'umanità. Gli aspetti della crisi e delle sue soluzioni, nonché di un futuro nuovo possibile sviluppo, sono sempre più interconnessi, si implicano a vicenda, richiedono nuovi sforzi di comprensione unitaria e una nuova sintesi umanistica. (...) La crisi ci obbliga a riprogettare il nostro cammino. A darci nuove regole e a trovare nuove forme di impegno, a puntare sulle esperienze positive e a rigettare quelle negative. La crisi diventa così occasione di discernimento e di nuova progettualità. In questa chiave, fiduciosa piuttosto che rassegnata, conviene affrontare le difficoltà del momento presente" (Benedetto XVI "Caritas in veritate"). 

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